Storia di una passione italiana

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Storia di una passione italiana 2019-02-12T10:34:44+00:00

Una prospettiva storica sul gioco

La pulsione al gioco si ritrova in natura anche tra gli animali e si manifesta, come per gli uomini, con maggiore spontaneità nell’infanzia. Le caratteristiche della natura umana hanno avuto risvolti peculiari anche sulla pulsione al gioco: a creare una nuova variabile sono stati un’idea e un mezzo, rispettivamente la fortuna e il denaro. È nato così il gioco d’azzardo, che insieme agli sport ha permesso agli uomini di soddisfare il desiderio ludico anche in età adulta.

Lungo il corso dei secoli, gli uomini si sono posti il problema di come conciliare questo impulso innato con l’esigenza di gestire le sue possibili degenerazioni. La storia del gioco d’azzardo è dunque in massima parte la storia di un confronto continuo tra il desiderio delle persone di giocare e la volontà dell’autorità pubblica di regolarne l’attività. Il confronto oggi è sempre più serrato e rilevante, soprattutto nei paesi avanzati, da un lato per la maggiore diffusione del benessere e la maggiore propensione all’uso ricreativo del tempo libero, dall’altro per via del progresso tecnologico che rende sempre più complessa e diversificata l’offerta del mercato. 

Dai dadi d’osso alle bighe di Bisanzio

I ritrovamenti storici e archeologici hanno dimostrato che il gioco ci accompagna fin dalla preistoria: si giocava già nei primi villaggi neolitici con dadi d’osso, ricavati dagli animali cacciati dalle tribù. I Sumeri, che con l’invenzione della scrittura hanno segnato il passaggio alla civiltà, possedevano giochi complessi come il gioco reale di Ur e ci hanno lasciato le prime testimonianze letterarie sull’argomento nelle tavolette d’argilla scritte in cuneiforme. Nei millenni successivi il gioco è stato un’abitudine diffusa in tutte le società antiche, dalla Cina della prima dinastia imperiale all’Egitto dei faraoni, ed è stato menzionato nell’Antico Testamento come nei testi sacri buddisti.

Nelle due grandi civiltà che hanno popolato i territori della nostra penisola, quella greca e quella romana, il gioco fu un passatempo diffuso e apprezzato. Nell’Atene di Pericle, così come più tardi a Siracusa ai tempi d’Archimede, si giocava e accanto ai dadi si poteva scommettere a testa o croce con le monete o sfidarsi con un antenato della dama. Persino gli dei erano reputati dei giocatori: se pensiamo che Zeus e Ade si sarebbero spartiti l’Universo intero ai dadi.

A Roma il gioco era popolare in tutte le classi sociali e i preferiti erano i dadi e la tabula, un gioco sempre simile alla dama, con cui si ci si divertiva a casa come in taverna. Il primo imperatore Augusto, nonostante amasse il gioco, lo proibì ufficialmente, consentendolo solo in occasione della festa dei Saturnalia, una celebrazione simile al nostro carnevale. I divieti però non furono mai osservati in modo puntuale e, anzi, diversi imperatori romani furono appassionati del gioco o lo impiegarono per risanare le casse statali. Le scommesse sulle corse delle bighe e, più tardi, sui giochi gladiatori furono invece sempre legali e anch’esse molto amate tanto a Roma quanto nelle provincie. L’impero bizantino raccolse l’eredità della Città Eterna anche in questo aspetto: il gioco rimase un passatempo popolarissimo e le corse dei carri nel grande ippodromo di Costantinopoli furono per lungo tempo l’evento più importante della città.

I primi dadi della storia vennero realizzati con gli astragali, ossicini dell’articolazione della zampa che negli ungulati, come i cervi o i buoi, hanno una forma vagamente cubica.

Barattieri, imperatori e viaggiatori: il gioco nel Medioevo

I secoli successivi alla caduta dell’impero romano e alle invasioni barbariche furono caratterizzati da un’economia largamente improntata sul baratto: con così poche monete in circolazione, giocare era molto più difficile. Nei territori musulmani il gioco era invece rimasto molto popolare, tanto che la stessa parola azzardo deriva dall’arabo az-zahr, cioè dado.

Le passioni ludiche dell’Europa si riaccesero con l’uscita dai secoli bui verso l’anno Mille, quando cominciarono a crescere nuovamente il numero di abitanti e l’economia delle città. Così, il gioco tornò a essere un divertimento molto popolare: si giocava soprattutto nei luoghi dove si riuniva la popolazione, ad esempio nei mercati o sotto i portici cittadini, e in occasione delle feste. I crescenti divieti delle autorità religiose e civili, che non vedevano di buon occhio la distrazione dei sudditi o cittadini dai loro doveri, spinsero i giocatori a riunirsi sempre di più nelle taverne e nelle case private. Nel Duecento molte città italiane si resero conto che regolarizzando il gioco, invece di reprimerlo, avrebbero potuto non solo controllarlo meglio ma anche tassarlo per arricchire le casse comunali: nacque così la baratteria, un luogo pubblico riservato all’azzardo e gestito regolarmente dai barattieri, che erano anche organizzati in corporazioni al pari degli altri mestieri. Vennero anche introdotte le licenze per le case da gioco, riservate a un pubblico di giocatori nobili e abbienti. Nel Trecento il terreno era ormai favorevole per l’introduzione di nuove forme di gioco, diverse dai soliti dadi: il più grande cambiamento arrivò dall’Oriente con l’introduzione delle carte da gioco, che potrebbero essere sbarcate per la prima volta sul continente europeo proprio in Italia.

Nello stesso periodo le scommesse ebbero un ruolo sorprendente nella nascita delle prime assicurazioni: mercanti e pellegrini che intraprendevano pericolosi viaggi in mare puntavano infatti del denaro sul proprio mancato ritorno, assicurando così alla famiglia il premio in denaro in caso di un destino avverso.

Nei Carmina Burana, raccolta di poesie medioevali, si trova il celebre componimento “In taberna quando sumus”, nel quale si cita il gioco d’azzardo tra le attività abitualmente praticate dagli avventori.

Dal Rinascimento all’età moderna tra lotterie e casinò

Il Rinascimento in Italia, accanto ai grandi capolavori dell’arte e della letteratura, fu segnato anche dall’invenzione di un nuovo gioco destinato a una grandissima popolarità: il lotto. Le prime forme erano nate in diverse aree d’Europa già nel Quattrocento, ma nello specifico fu la versione codificata a Genova nel secolo successivo a diffondersi. Il lotto era amato soprattutto dal popolo, che poteva giocare con una spesa contenuta e sperare in una grossa vincita; dalla città ligure divampò nella penisola italiana prima e nel resto d’Europa poi, regolato e tassato dalle autorità che ne avevano intuito il potenziale come fonte d’introito per le casse statali, che spesso erano assai magre. Si deve invece a un’altra antica potenza marinara, Venezia, l’invenzione del casinò: a inizio Seicento il primo fu aperto nella città lagunare al Ridotto di San Moisè. Ancora oggi in attività, il casinò di Venezia nei secoli ha ospitato ai suoi tavoli grandi personalità della cultura e della società locali e straniere, a cominciare dal grande commediografo Carlo Goldoni e dal celebre Casanova.

La passione degli italiani per il gioco, anche grazie ai matrimoni dinastici, si era allargata rapidamente alla corte e all’alta società del regno di Francia, tanto che l’invenzione della roulette si deve al grande filosofo e matematico Blaise Pascal, che in origine se ne serviva per delle dimostrazioni scientifiche. L’ultimo e sfortunato sovrano francese Luigi XVI, all’inizio del proprio regno, trasformò tutte le lotterie francesi in monopolio di stato per poter ripagare i debiti delle casse reali. Dal regno governato da Versailles la passione per il gioco passò anche sul continente americano, portata da coloni, soldati ed esploratori a bordo delle navi che solcavano l’Atlantico.

Nella repubblica genovese i senatori erano eletti a sorte, e a ogni candidato era assegnato un numero. Il popolo cominciò a scommettere su chi sarebbe stato eletto, puntando sul numero corrispondente: nacque così il lotto nella sua forma moderna.

L’Ottocento, un secolo di progressi e regolamentazione del gioco

Quando Napoleone aprì il diciannovesimo secolo con le sue imprese, il gioco era ormai un passatempo con cui si divertivano tutte le classi sociali delle nazioni europee, dagli aristocratici inglesi che puntavano sulle corse dei cavalli al popolino romano che attendeva trepidante le estrazioni del lotto. Proprio Bonaparte, all’apice del suo potere, introdusse nuove regolamentazioni che furono estese ai territori conquistati, compresa l’Italia: il gioco veniva consentito solo nelle case private o in locali in possesso di particolari licenze. Dopo Waterloo, la restaurazione portò un atteggiamento repressivo del gioco da parte delle autorità tornate al potere: il Regno di Sardegna vietò tutti i giochi considerati esclusivamente basati sulla fortuna, permettendo solo quelli in cui l’abilità del giocatore potesse influenzarne le probabilità di vincita. Quando si completò l’unità d’Italia, la norma, come il resto della giurisprudenza piemontese, fu estesa a tutto il paese. Una grande stagione il gioco la visse invece dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti che ancora si stavano formando. Il centro nevralgico era New Orleans, dove nacque anche il poker che, a bordo di cavalli, carovane, treni e battelli fluviali, si diffuse presto in ogni angolo del paese, restando nell’immaginario collettivo legato al selvaggio West. La corsa all’oro in California portò San Francisco a spodestare New Orleans come mecca del gioco americano verso la fine del secolo, che si chiuse con l’invenzione della prima slot machine.

Napoleone, come già gli imperatori romani, adottò pubblicamente una politica repressiva sul gioco d’azzardo, ma in privato lo praticava: pare fosse appassionato di “Vingt-et-une”, un gioco di carte simile al blackjack.

L’Italia moderna, dalla repressione alla liberalizzazione

Nella neonata nazione italiana, dopo la presa di Roma, buona parte della popolazione si intratteneva giocando: dalla borghesia rampante che si sfidava ai giochi di carte negli eleganti salotti delle ville alle folle popolari che si radunavano per le estrazioni delle lotterie.

Le autorità del Regno mantennero però l’impostazione legale già in vigore nel Piemonte sabaudo e dopo pochi anni, col varo del nuovo codice penale, vietarono il gioco in quasi tutte le sue forme.

Nel primo dopoguerra, sotto il fascismo, la posizione ufficiale verso il gioco rimaneva di assoluta contrarietà, ma il regime prese alcuni provvedimenti a favore delle poche attività concesse per averne maggiore controllo: venne normata la legalità dei pochi casinò presenti sul territorio nazionale e trasformato il lotto in un monopolio di stato.

Dopo la seconda guerra mondiale, nonostante il rinnovato benessere e la recuperata libertà, il gioco non venne liberalizzato: i passatempi permessi rimasero pochi, con qualche novità come il Totocalcio.

Continuava a presentarsi anche il problema del gioco illegale, che rientrò spesso tra le attività praticate dalla criminalità organizzata e da un sottobosco malavitoso del secondo dopoguerra, senza che le autorità riuscissero a reprimere definitivamente il fenomeno.

La svolta arrivò verso la fine del secolo, quando la prima repubblica italiana volgeva al termine: in un clima sociale e culturale ormai molto cambiato rispetto a quello di cinquant’anni prima, il governo introdusse le prime liberalizzazioni del settore per far fronte al dissesto delle casse pubbliche. Nel quarto di secolo successivo, fino ai nostri tempi, sono state gradualmente liberalizzate tutte le principali attività ludiche che troviamo oggi, in linea con quanto avvenuto nel resto d’Europa e al passo con le nuove possibilità offerte dal progresso tecnologico e informatico. I giocatori hanno così potuto aggiungere alla lista dei divertimenti ludici tante nuove attività, tra cui le slot machine e le videolottery.

Oggi quello del gioco in Italia è un settore altamente diversificato e un’industria importante, che garantisce considerevoli introiti alle casse statali e crea posti di lavoro e indotto economico nei territori, oltre naturalmente a rimanere un passatempo popolare per tutti gli italiani.

Sono quattro i casinò attualmente attivi in Italia e si trovano a Sanremo, in Liguria, a Saint-Vincent in Val d’Aosta, a Campione d’Italia, un’enclave italiana in territorio svizzero, e a Venezia. Sono esistiti casinò anche a Gardone Riviera, in Lombardia, e a Taormina, in Sicilia, chiusi ormai da decenni.